African stories. La storia di Lele: essere insegnante “straniero” in Italia tra inclusione scolastica e scuola multiculturale
Se si sommassero tutte le contraddizioni intorno ai temi dell’inclusione e dell’integrazione che oggi la scuola italiana si vanta di rappresentare, il Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara potrebbe ritenersi soddisfatto: almeno in questa classifica, l’Italia staccherebbe molte altre nazioni. Ma con la spesa in istruzione, il primato non regge.
Secondo Eurostat, l’Italia destina solo il 7,3% alla scuola contro una media europea del 9,6%. Peggio fanno solo Romania e Irlanda. Sul fronte della multiculturalità, i dati non sono più incoraggianti: il 26,4% degli studenti stranieri è in ritardo scolastico (contro il 7,9% degli italiani), con punte che raggiungono il 48% nelle scuole superiori, come riporta il Dossier Immigrazione Idos. Le nuove linee guida nazionali, inoltre, rischiano di privilegiare lingua e storia italiana a scapito di una reale didattica interculturale.
Il percorso di Lele: dal Camerun a Roma
Dietro i numeri, però, ci sono le storie. Come quella di Lele Gamwo Guy Emmanuel, 49 anni, originario del Camerun e residente ad Anagni (FR). Dopo aver vinto il concorso docenti PNRR1, insegna informatica, matematica e fisica all’Itis G. Vallauri e all’Ipssar Ugo Tognazzi di Velletri. “Arrivai in Italia nel 2000, dopo un periodo in Francia. Qui ho dovuto diplomarmi nuovamente e poi iscrivermi a ingegneria, lavorando contemporaneamente come assistente educativo culturale e assistente per anziani”, racconta. A Roma ha conosciuto la moglie, sposata solo dopo 22 anni per non alimentare pregiudizi legati al suo background migratorio e, di conseguenza, all’acquisizione della cittadinanza che di fatto è arrivata nel 2009 (si è sposato nel 2018). Oggi Lele s’immagina anche un futuro a Kribi, città camerunense sul mare, dove sta costruendo una casa: “E se un giorno le nuove generazioni migrassero verso l’Africa? È una terra sorprendente, che merita uno sguardo nuovo”.
Pregiudizi e insegnamento interculturale
La scuola resta per Lele una sfida quotidiana. Dall’ingresso in istituto sotto occhi sospettosi, alle domande su dove abbia studiato, fino ai genitori che richiedono colloqui per conoscerlo meglio. “A volte ho la sensazione di dover dimostrare più degli altri. Ma con gli studenti, soprattutto con gli italiani di seconda generazione, ho un bellissimo rapporto: porto in classe una prospettiva interculturale ricca e inclusiva”. Anche nella vita privata non sono mancati episodi spiacevoli: “In passato mi è capitato di percepire negli sguardi degli altri l’idea che, da solo, fossi un potenziale ladro, mentre in famiglia diventavo improvvisamente accettabile”.
Oltre il pregiudizio dell’insegnante straniero: una scuola più umana
Ogni volta che decidiamo chi è “l’altro”, scegliamo di ignorare la complessità. Il pregiudizio è un meccanismo rassicurante, che impedisce di vedere però la realtà. Imparare a smontare gli stereotipi contribuisce, dunque, a rendere la scuola un luogo rappresentativo della società di oggi. Significa diventare più lucidi, più liberi, più umani.
Veronica Otranto Godano

