Salute mentale e carcere, l'inchiesta di IRPI sulla morte di Moussa

Roma 24 Settembre – L’ennesimo caso di persona che si toglie la vita in carcere, questa volta a Modena. Di nuovo un giovane di appena 24 anni con alle spalle un viaggio traumatico dalla Tunisia.

Di nuovo un sistema penitenziario che è strutturato per individuare una persona con fragilità psichica, che dovrebbe rieducare, che fallisce miseramente.

È la sessantaduesima persona che non sopravvive alla detenzione nel nostro Paese da inizio anno. Di nuovo un nordafricano, il gruppo che Antigone ha definito maggiormente presente nelle carceri italiane tra marocchini e tunisini nel XX Rapporto “Nodo alla Gola”, circa un totale di 4mila persone.

Dallo stesso documento emerge che chi ha background migratorio sono un terzo dei 60mila detenuti totali. Quasi 20mila persone che non parlano la lingua e non si riconoscono nei nostri usi e costumi.

Certo, si parla di sovraffollamento –  l’istituto penale di Modena contiene 580 detenuti per 371 posti regolamentari – ma c’è molto di più: la mancanza di personale, in termini di numeri e formazione sia sul fronte della mediazione culturale, sia per ciò che riguarda la salute mentale e la polizia penitenziaria.

Un’altra storia tragica che in parte ricalca il caso genovese di Moussa, il pizzaiolo tunisino, di Genova, che si è tolto la vita a novembre,  emerso dall’inchiesta di IRPI (Investigative Reporting Project Italy), una storia gravissima, in quanto fa emergere come il sistema oggi isoli, invece di soccorrere, chi mostra segni di fragilità mentale.

Qui il LINK all’inchiesta di IRPISalute Mentale e Carcere - Laura Ghiandoni

Moussa Ben Mahmoud era un ragazzo tranquillo, nonostante il viaggio traumatico in cui era stato trafficato dalla Tunisia, si era inserito bene, ed era ormai diventato quasi genovese. Era un bravo pizzaiolo che, mentre cercava l’amore, aveva trovato una relazione malata, che lo aveva condotto all’abuso di droghe. Così emergono i primi episodi di problemi di salute mentale che sfociano in casi di aggressività. Così entra in carcere la prima volta. 

Arriva la diagnosi di disturbo schizotipico, confermata con una seconda diagnosi.

Moussa viene posto in libertà vigilata perché è noto che la patologia è incompatibile con il carcere. Intraprende un percorso di terapia con il Centro di Salute Mentale dell’Asl 3 di Genova. Nonostante questo, forse a causa dello stigma, riprende l’uso di droghe e dopo poco viene nuovamente arrestato.

Questa volta non uscirà mai dal carcere e si toglierà la vita nel novembre 2024.

Oggi i familiari chiedono giustizia ed è in corso un procedimento penale.

Il caso di Moussa: una ferita aperta per la regione Liguria

Il caso di Moussa è di una gravità esemplare e per questo motivo rappresenta una ferita aperta per la regione Liguria.

Secondo i documenti ottenuti da IRPI, al nuovo ingresso in carcere le diagnosi di patologia psichiatrica non vengono inserite nella scheda del nuovo giunto, neppure le segnalazioni compiuta da un giudice non viene considerata seriamente. Moussa era in astinenza da droghe e non è mai entrato in un percorso con il SERD.

Durante le poche settimane di permanenza nell’istituto di Genova Marassi Moussa non vedrà mai uno psicologo o uno psichiatraNemmeno un familiare potrà parlare con lui, a causa della distanza con la Tunisia, a causa dei documenti che vengono richiesti.

Moussa non verrà individuato come categoria fragile nonostante il sistema, sulla carta, sia strutturato per evitare proprio i casi come questo.

I documenti – visibili nell’inchiesta IRPI – sembrano dimostrare cosa invece avviene veramente.

L’inchiesta è stata realizzata con il supporto di Journalismfund Europe

Connect e l’impegno per dar voce a chi non ne ha

Connect è impegnata nel tutelare i diritti delle minoranze marginalizzate attraverso un’attività di media outreach investigativo: facciamo conoscere la storia di Moussa, perché non riaccada più.