World stories: la voce delle donne dominicane oltre l’inclusione di facciata

World stories: la voce delle donne dominicane oltre l’inclusione di facciata

Yocasta, Jacqueline e Cristina abitano da 30 anni in Italia: quanto basta per capire vizi e virtù di un Paese che erige le minoranze a simulacro di inclusione. Lavorano come colf e nel campo dell’assistenza agli anziani nel Lazio, tra Viterbo e Roma sentendosi più o meno integrate nonostante metà della loro vita sia trascorsa in Italia. Hanno una famiglia, dei figli, insomma hanno cercato di affondare le radici in una nazione quanto bella tanto complessa. Yocasta racconta di una serenità conquistata, ma non nasconde un’aspettativa disattesa: le manca la frutta della sua terra, l’ospitalità della Repubblica Dominicana, quel tratto conviviale che trasforma uno sconosciuto affacciato alla finestra in un ospite da salutare con un caffè. Cristina, oggi Oss anche a domicilio, dopo aver vissuto a Torino e Alessandria, avverte un’integrazione più compiuta, ma conosce bene il prezzo della diaspora: parenti negli Stati Uniti e di conseguenza distanze che la storia impone. Jacqueline osserva come nel suo Paese gli italiani ricevano accoglienza immediata, mentre a Roma lei frequenta comunità diverse – filippini, peruviani, ecuadoriani – in un mosaico che riflette la geografia reale della Capitale. Oggi oltre 30mila dominicani vivono in Italia (dati Istat): una presenza radicata eppure ancora raccontata per sottrazione.

Riconoscimento e cittadinanza oltre gli stereotipi

Nel corso degli anni, queste donne hanno assistito a episodi di discriminazione, hanno sentito il peso degli stereotipi – “sono tutti festaioli”, “le donne dominicane cercano solo matrimoni di interesse” – e hanno riconosciuto come certe narrazioni colpiscano anche chi proviene dal Sud Italia. Sono semplificazioni che alimentano pregiudizi sessisti e xenofobi, ignorando la pluralità delle traiettorie individuali e riducendo intere comunità a caricature. Eppure, tra reti informali e comunità di riferimento, hanno costruito un altro modo di farsi casa, una propaggine della propria terra che non contraddice l’appartenenza italiana ma la interroga. In un Paese che discute ancora di cittadinanza, di diritti e di pieno riconoscimento, la loro voce chiede spazio pubblico, non solo legittimazione funzionale come forza lavoro. Raccontare storie come queste, quindi, significa costruire consapevolezza: le migranti e i migranti non sono semplicemente forza lavoro, ma parte integrante del tessuto collettivo. Per le nuove generazioni, il messaggio è netto: studiare e credere nella propria voce. Non per essere tollerate, ma per essere riconosciute.

Veronica Otranto Godano