Migrazione e disinformazione: come si costruisce la percezione dell'emergenza

Disinformazione migranti

Una guerra non si combatte più soltanto sul campo di battaglia. Oggi può passare dall’economia, dalla rete e soprattutto dalle informazioni. È il terreno della “guerra cognitiva”: un conflitto in cui si cerca di influenzare il modo in cui le persone percepiscono la realtà. E sulla migrazione uno degli obiettivi può essere proprio questo: trasformare un fenomeno complesso in una continua percezione dell’emergenza.

Cos’è la “guerra cognitiva”?

Nel mondo di oggi convivono guerre tradizionali, conflitti economici, attacchi informatici e guerre ibride. La guerra cognitiva si inserisce in questo nuovo scenario: non mira necessariamente a colpire un territorio, ma a influenzare il modo in cui le persone interpretano ciò che accade. Nel caso della disinformazione sui migranti, l’obiettivo può essere quello di trasformare un fenomeno reale e complesso in una continua percezione di emergenza. Il volume Minacce ibride alla sicurezza nazionale, disinformazione e migrazioni, curato da Silvia Sassi e Alessandro Sterpa, analizza proprio il possibile utilizzo della migrazione all’interno di strategie di destabilizzazione delle democrazie europee.

Ma come si costruisce la percezione di un’emergenza migratoria? Non è necessario inventare tutto. È sufficiente selezionare alcuni episodi, ripeterli e presentarli fuori contesto. Un’aggressione, uno sbarco, un’immagine di degrado o un dato non spiegato possono diventare, attraverso i social, parti di una stessa narrazione. Facebook, X, TikTok e altri strumenti digitali permettono di amplificare rapidamente contenuti capaci di suscitare paura e indignazione, alimentando allarmismo e polarizzazione politica. La migrazione finisce così per essere raccontata non nella sua complessità, ma attraverso una successione di immagini e messaggi che rafforzano l’idea di un’emergenza permanente.

È qui che avviene la manipolazione della percezione. Il problema non è soltanto convincere una persona che una singola notizia sia vera: è costruire nel tempo un’immagine della realtà. Migranti uguale insicurezza, immigrazione uguale perdita di controllo, istituzioni uguale incapacità di gestire il fenomeno. La stessa migrazione può inoltre essere raccontata in modi opposti: ai potenziali migranti può essere presentata come un percorso verso un’Europa ricca e accogliente, mentre ai cittadini europei può essere descritta come una minaccia. La strumentalizzazione della migrazione consiste anche in questo: utilizzare un fenomeno reale per produrre determinate reazioni sociali e politiche.

Ed è qui che la disinformazione sull’immigrazione diventa un problema per la democrazia italiana. Se paura e rabbia vengono alimentate continuamente, la sfiducia può estendersi dai migranti alle istituzioni, dai giornalisti agli esperti, fino allo Stato. Il bersaglio finale della guerra cognitiva può quindi diventare la fiducia dei cittadini nella democrazia. Per questo la risposta non può essere soltanto la censura: deve passare dalla capacità di verificare le fonti, riconoscere le manipolazioni e distinguere un fatto dalla narrazione costruita intorno a quel fatto. In una guerra combattuta anche sul terreno della percezione, un’informazione verificata è una delle prime forme di difesa democratica.