African Stories: dare voce al Sudan attraverso il viaggio di Adam tra resistenza e comunità
Aveva solo dodici anni Adambosh Nor Mohammed quando fu costretto a scegliere tra l’obbedienza e la libertà. In Sudan, la scuola e la guerra correvano sullo stesso binario, e ai ragazzi veniva chiesto di prendere le armi.
Lui, invece, scelse di studiare. Una decisione che cambiò tutto: la fuga, l’esilio, la perdita. «Quando rifiutai l’arruolamento, il governo venne a cercarmi. Non trovandomi, uccisero mio padre», racconta Adam. Da quella tragedia nacque una missione: dare senso alla sofferenza, trasformandola in impegno per chi, come lui, ha perso tutto.
Dalla fuga verso la Libia fino allo sbarco a Lampedusa, il suo cammino fu lungo e precario. A Palermo, una famiglia affidataria lo accolse e gli permise di riprendere gli studi, alternando la scuola al lavoro nei campi. Poi Roma, le manifestazioni per il diritto alla casa, il volontariato con la Croce Rossa, l’università e l’attività come mediatore culturale.
Nel 2018, durante uno sfratto che lasciò decine di sudanesi per strada, capì che la comunità aveva bisogno di una struttura formale. Così nacque la Comunità Sudanese in Italia, di cui oggi è portavoce e punto di riferimento riconosciuto.
Guerra, esodo e crisi umanitaria
Oggi il Sudan è un Paese devastato da una guerra civile scoppiata il 15 aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF). Bombardamenti, sfollamenti e carestie hanno spinto milioni di persone alla fuga. «La fame e la malnutrizione hanno raggiunto livelli catastrofici», spiega il giovane. Oltre 24 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare, mentre il sistema sanitario è al collasso.
La diaspora sudanese percepisce questa tragedia come una crisi dimenticata: il silenzio dei media e l’indifferenza delle istituzioni internazionali generano rabbia e impotenza. «Ci sentiamo abbandonati. La nostra gente muore e il mondo guarda altrove».
Le rotte della sopravvivenza
Per chi fugge, il viaggio verso l’Europa è un percorso di violenza e sfruttamento. Attraversare il Ciad e la Libia significa esporsi a trafficanti e lavori forzati. Donne e minori sono le prime vittime. «Molti restano intrappolati per anni nei centri di detenzione libici, senza denaro né vie d’uscita», chiosa l’attivista. La traversata del Mediterraneo rimane la parte più letale. E anche una volta arrivati in Italia, la strada non è finita: traumi psicologici e lunghi tempi d’attesa per la richiesta d’asilo tracciano il quadro di una situazione complessa.
La forza della comunità
Nonostante tutto, la comunità sudanese in Italia resta una rete di sostegno e di speranza. Le associazioni locali offrono orientamento, mediazione linguistica, aiuti pratici e persino raccolte fondi per chi resta in patria o vive in difficoltà qui. Sono un punto di riferimento umano, dove chi arriva trova un “posto sicuro” e la possibilità di ricominciare. «Cerchiamo di colmare il vuoto che spesso si crea tra l’arrivo e la vera integrazione», spiega il portavoce. «Il nostro aiuto è pratico, ma anche emotivo: accompagniamo i nuovi arrivati, li aiutiamo a non sentirsi soli».
Integrazione e sfide quotidiane
Le sfide restano enormi. La lingua italiana è la prima barriera: senza comprenderla, diventa difficile trovare lavoro. Molti vivono in condizioni di povertà abitativa, costretti in sistemazioni temporanee o in occupazioni. Il lavoro è spesso stagionale, nei campi del Sud Italia, senza tutele né prospettive. A tutto questo si aggiunge la mancanza di riconoscimento delle qualifiche professionali, che condanna molti sudanesi a impieghi sottopagati, nonostante le competenze.
Adam sottolinea anche un’altra forma di esclusione: la povertà educativa. <<Un libro non è solo carta e inchiostro, è una finestra sul mondo. Senza strumenti culturali, i bambini crescono con meno possibilità di scegliere il proprio futuro. Iniziative come la vostra, il Libro Sospeso, ricordano che l’istruzione è la chiave per l’emancipazione e che ogni bambino merita parti opportunità>>, afferma.
Ma come migliorare il dialogo tra sudanesi e italiani? «Serve partire dalla lingua, ma anche creare spazi di incontro reali: eventi culturali, laboratori, feste condivise», dice Adam. Il volontariato misto e i programmi di mentorship possono creare legami diretti e abbattere i pregiudizi. Fondamentale è anche valorizzare la diaspora, riconoscendola come risorsa attiva. Le istituzioni dovrebbero coinvolgere le associazioni sudanesi nei progetti di integrazione e valorizzare le competenze professionali maturate nel Paese d’origine.
Nonostante l’attivismo e la solidarietà interna, Il Sudan resta ai margini dell’agenda politica e mediatica. La mancanza di rappresentanza e le risorse limitate rendono difficile strutturare un’azione. Tuttavia, nella diaspora, la cultura sudanese diventa un atto di resistenza. «La nostra forza è la coesione», conclude Adam. «Nonostante la distanza e il dolore, continuiamo a essere uniti. È così che sopravvive il Sudan dentro di noi».
Veronica Otranto Godano

